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Nel ricordo di Borme PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvano Zilli   
Lunedì 16 Agosto 2010 00:00
Il 6 agosto 2010, alle ore 10, per pura coincidenza, mi trovavo al Cimitero cittadino di Rovigno e ho avuto modo di scorgere la delegazione dell’Unione Italiana che ha reso omaggio al suo primo Presidente, nella ricorrenza del 18.esimo anniversario della sua scomparsa. Come riporta “La Voce del Popolo” del 7 agosto 2010, nell’articolo “Antonio Borme ha tracciato la strada sulla quale abbiamo proseguito” a firma di Eleonora Brezovečki, a tale cerimonia hanno preso parte “il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, il vicepresidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana, Paolo Demarin, il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, il membro della Giunta esecutiva Daniele Suman e il direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno, Giovanni Radossi”. 
Purtroppo, alcune scene che ho avuto modo di vedere da lontano, ma che la telecamera di TV Capodistria ha ripreso minuto per minuto, passo per passo con la regia dei nostri soliti “personaggi”, mi hanno letteralmente inorridito. Tralasciando le personali emozioni, allo scopo di non dimenticare alcuni trascorsi e in segno di rispetto e di riconoscimento nei confronti del compianto preside, professore e presidente Borme, in tal contesto ritengo opportuno riportare il testo della “Lettera aperta all’Assemblea dell’Unione Italiana” (pubblicata su “La Voce del Popolo” del 5 ottobre 1992) della stimata consorte del professore, sig.ra Mafalda Borme, che non necessita di alcun commento:
“Sono la vedova di colui che è stato il vostro presidente.
Ho pregato il prof. Corrado Illiasich, l’amico fraterno di sempre, di leggere queste poche righe per porre fine alle chiacchiere, alle supposizioni e financo alle ritorsioni per la mancata presenza della Giunta alle esequie di mio marito.
Ci tengo a precisare che la decisione è stata mia e solamente mia. Il perché è presto detto. All’inizio della sua attività quando il vostro presidente partiva per una riunione gli facevo gli auguri di buon lavoro; mi rispondeva con un sorriso. Parecchio tempo fa però non sorrideva più, era preoccupato e mi diceva: «Grazie, ne ho bisogno».
Arrivava a casa stanco, sfiduciato, deluso. Nell’intimità della famiglia mi manifestava le sue delusioni e la sua amarezza, perché si sentiva solo, contestato, ostacolato nei suoi impegni. Al ritorno da una delle ultime riunioni ebbe, per la prima volta, un moto di indignazione dicendomi: «Basta! Così non si può continuare; o si cambia o abbandono tutto», e disse altro ancora.
Ma io non sono qui per accusare, ma per fare soltanto chiarezza. Sono questi alcuni dei motivi che mi hanno spinto a prendere questa decisione.
Il suo fisico è stato stroncato dallo stess, ma il suo spirito è stato logorato dalla costante tensione e dalle delusioni che teneva per se non volendo sollevare polemiche e ulteriori contrasti.
Sono state perciò la sua scuola e la sua comunità a rendergli gli onori funebri con un affettuoso e sincero addio.
Prima di concludere mi rivolgo al presidente della Giunta che ebbe a scrivermi: «Ho perduto un maestro e un amico» dicendogli, non il maestro, poco ascoltato, deluso e amareggiato, ma un amico sì, perché fu sempre pronto a difenderlo e giustificarlo.
Al vicepresidente invece, che, intervistato, dichiarò: «La comunità italiana ha perso forse il suo figlio migliore», auguro di scegliere il migliore.
All’Assemblea chiedo non inutili polemiche e dispersivi dibattiti, perché solo così sarà rispettata la memoria del loro presidente, l’uomo che ha sacrificato la vita per la sopravvivenza e la dignità del, come qualcuno definì la nostra comunità, «suo piccolo popolo» e l’immenso dolore della sua famiglia.
29 settembre 1992, Mafalda Borme”.
 
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