Gesto di riconciliazione storica fra Italia, Slovenia e Croazia. Omaggio alle vittime, non ai criminali di guerra e ai criminali contro l’umanità (sebbene ancora presunti tali in quanto non sono stati mai processati) Stampa
Scritto da Silvano Zilli   
Lunedì 21 Aprile 2008 00:00

Gesto di riconciliazione storica fra Italia, Slovenia e Croazia, cioè di superamento delle vicende storiche che hanno causato morte, desolazione e sofferenza. Incontro di pacificazione con il protocollo di un vertice a tre da definire per chiudere le ferite del Novecento.
In Italia si punta a una cerimonia nei luoghi simbolici delle violenze perpetrate dai totalitarismi del XX secolo al confine orientale d’Italia, con i paletti posti dalla Federazione delle Associazioni degli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati (e cioè “di tener conto delle loro aspirazioni e dei loro diritti, tuttora disattesi, in ordine a tale riconciliazione, che non può passare al di sopra degli italiani di queste terre che più hanno sofferto di quei tragici eventi, pagando con l’esilio e molti con la vita il loro amore per l’Italia e per la libertà”) e dal Governo italiano (in quanto ritiene “inaccettabile la discriminazione attuata da Zagabria nei confronti dei cittadini italiani in merito all’acquisto di beni immobili”).

La Slovenia e la Croazia rilevano “di essere pronti a un vertice a tre, ma spetta all’Italia compiere il passo necessario acciocchè ogni parte possa assumersi le proprie responsabilità per le vittime della Seconda Guerra Mondiale”. Per la Slovenia, “l’Italia non ha ancora conseguito un sufficiente livello di maturità perchè si possa giungere a un simile incontro a tre”, ovvero alla cerimonia di riconciliazione. Per la Croazia “bisogna rendere omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita e che non sono stati processati, rilevando però che non tutti erano innocenti” e che “se si parla di vittime alla fine della Seconda Guerra Mondiale allora bisogna parlare anche delle vittime nel corso della guerra”, come pure bisogna tener conto del fatto che “non soltanto gli italiani abbandonavano la Croazia, ma pure gli appartenenti agli altri popoli di queste terre che cercavano una vita migliore in occidente”. La Croazia puntualizza che, ad ogni modo, “una condizione indispensabile per la riuscita dell’incontro sarebbe l’individualizzazione delle colpe dei singoli popoli”, oltre al fatto che “si deve dire tutta la verità, cioè cosa è accaduto davvero sui territori abitati dai tre popoli”. Da fonti ufficiose, per la Croazia l’omaggio alle vittime e l’ammissione delle colpe deve verificarsi in ordine al corso storico degli eventi e quindi è l’Italia che dovrebbe dapprima rendere omaggio alle vittime del terrore fascista.
L’Unione Culturale Economica Slovena con sede a Trieste considera l’atto di riconciliazione “come una comune pietà verso i morti e verso tutti coloro che hanno subito sofferenze, intesi come persone umane” e ritiene l’atto come “una concorde decisione per la quale il passato non deve più condizionare il nostro comune presente e il futuro”. Appoggio al possibile vertice fra i tre Presidenti e alla cerimonia di riconciliazione è stato espresso dal Presidente del Parlamento europeo, Josep Borrello, stando al quale l’incontro servirebbe a dimostrare lo spirito della nuova Europa. L’Unione Italiana con sede a Fiume “condivide appieno l’iniziativa di un gesto di conciliazione da parte dei tre Presidenti, che renda omaggio ai luoghi della memoria delle vittime delle violenze dei totalitarismi che hanno sconvolto queste terre”, auspicabile quale “segnale politico e culturale che superi le contrapposizioni del passato per costruire un futuro di pace e di collaborazione” però “senza nulla togliere all’analisi e al giudizio storico dei fatti realmente accaduti”. L’Unione Italiana rileva l’auspicio che in tale occasione venga data la “necessaria attenzione ai temi inerenti agli esuli e alle minoranze”, ritenuti “di fondamentale importanza per la pacificazione di quest’area”. Fin qui la cronaca e le dichiarazioni più salienti in merito alla questione.
Rendere omaggio a tutti i morti in nome di una comune pietà verso tutti è sbagliato perché la morte non lava via i peccati dei vivi, i peccati che alcuni di quei morti commisero in vita, peccati inconciliabili con la umana società. Vi sono stati orrori, stragi, saccheggi, deportazioni nei campi di concentramento e di sterminio, infoibamenti, esodi, e altre atrocità senza giustificazione contro l’umanità. Stiamo parlando di criminali e vittime, carnefici e sacrificati, aggressori e aggrediti, colpevoli e innocenti, giustizieri e giustiziati; ed in merito, da parte degli Stati, alcuni eventi vengono esaltati, altri rimossi.
Questo non può essere dimenticato, e mettere sullo stesso piano (di indifferenza) tutti i morti è un delitto contro l’umanità e la moralità pubblica, un errore civile che non va compiuto.
Purtroppo, non c’è mai stata una Norimberga, un Tribunale dell’Aia, un tribunale per i crimini perpetrati su queste terre, nè prima nè durante e neppure dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono stati i classici processi dei vincitori, ma non sempre con giudizi equanimi. Anzi, tutt’altro. I processi dei vincitori erano anche la perpetrazione dei loro interessi politici.
I vincitori hanno impedito che venissero alla luce anche i loro misfatti, i loro comportamenti criminali, nascondendo bene la verità per decenni. Anche i vincitori hanno commesso atti di pari brutalità dei vinti. Le contraddizioni dei vincitori e dei vinti erano e sono evidenti: non era e non è logico imputare agli altri colpe di cui ci si era oppure ci si è macchiati in seguito.
La pubblica opinione comunque si schierò allora e si schiera sempre, comprensibilmente, dalla parte dei vincitori, dei più forti. Vi furono doppi trattamenti imposti ai vinti, come pure tra i vinti e i vincitori, tutti responsabili di atrocità e di stragi, indipendentemente se commessi prima o in seguito.
I morti non sono e non devono essere trattati alla stessa stregua. Vi sono morti che si sono macchiati di “crimini contro l’umanità” che consistono nella violazione dei diritti umani di popolazioni e gruppi etnici, nella persecuzione, nel genocidio, nella deportazione o in altri metodi di aggressione. Vi sono morti che si sono macchiati di “crimini di guerra” che consistono in gravi violazioni del diritto bellico, quali l’eccidio di prigionieri, il maltrattamento di malati o feriti, abusi sulle popolazioni civili.
La morte non giustifica i peccati commessi da vivi, soprattutto se commessi contro l’umanità, togliendo altre vite umane in nome di qualsiasi ideologia o ideale.

Rendere omaggio a tutti i morti indistintamente, e cioè non escludendo i criminali di guerra e i criminali contro l’umanità, sebbene ancora presunti tali in quanto non sono stati mai processati, è sbagliato, ingiusto, deprecabile e inaccettabile. Il bisogno di giustizia ha un senso anche dopo la morte; in caso contrario, parificare i criminali e le vittime, i colpevoli e gli innocenti, è un errore grossolano e incivile benchè, forse, sarebbe ritenuto un atto cristiano. Per coloro che sono morti quali vittime dei criminali di guerra e dei criminali contro l’umanità (sebbene ancora presunti tali in quanto non sono stati mai processati), il rendergli omaggio assieme a questi criminali, ai loro carnefici, sarebbe un’ulteriore ingiustizia immorale verso i posteri e verso la storia.
D’altro canto, i vari “ismi” (nazismo, fascismo, comunismo, nazionalismo, ecc.) hanno prodotto morte, sofferenza e distruzione, ma per bieca e vigliacca convenienza politica esistono morti conteggiati e cadaveri ignorati, morti a cui si rende omaggio come a degli eroi e altri omessi, cancellati, mai avvenuti. Quindi, morti di serie A e di serie B, che non hanno un nome, un volto.
Il bisogno di rendere omaggio ai morti, escludendo i ciminali di guerra e i criminali contro l’umanità (sebbene ancora presunti tali in quanto non sono stati mai processati), ha un senso se viene compiuto senza esitazioni e senza eccezioni, con convinzione e coscienza, indipendentemente dalle questioni attuali aperte, dalle ingiustizie subite in passato (che in tal modo vengono ammesse), dalle aspirazioni e dai diritti ancora ingiustamente disattesi, dagli atti di giustizia per i beni abbandonati, dai sanamenti di questioni di reciprocità, dalle giuste istanze degli esuli ma anche di quelle della Comunità Nazionale Italiana e della Comunità Slovena in Italia.
Senza ruoli subalterni ma paritetici, l’intento dovrebbe essere di superare, riconciliare, pacificare chi nel passato si è trovato su fronti differenti e contrapposti, il che ha prodotto morte e sofferenza per molti, ai quali mai fino ad oggi si è reso il dovuto omaggio da parte degli Stati, quale ammissione di colpe che si sono commesse e che vanno riparate benchè anche con un gesto simbolico ma ufficiale. Oggi, in quest’area, non vi sono più dei fronti di guerra, le questioni aperte vanno trattate e risolte a tavolino, in modo civile, diplomatico, con il dialogo, tenendo conto anche delle vicende storiche, ma che ormai vanno superate nello spirito della nuova Europa.
La riconciliazione ha senso se, e soltanto se, terrà conto di quanto sopra riportato. E nel nostro caso, più delle ragioni hanno sempre contato e contano le formazioni culturali, civili, religiose, sociali, morali, ecc. di coloro che sono chiamati a rispondere, evitando di tirare l´acqua al proprio mulino. Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che, purtroppo, “chi vince sempre è la ragion di Stato” di ogni Stato.

 

Nota.
L’intervento è stato pubblicato sul giornale quotidiano “La Voce del Popolo” del 29 agosto 2006, www.edit.hr/lavoce/060829/politica.htm .
Il 7 e il 12 ottobre 2006 ho inviato (tramite e-mail) al caporedattore del giornale quotidiano “Glas Istre” il presente testo, tradotto in lingua croata, con gentile richiesta di pubblicazione. Fino ad oggi, non ho ricevuto alcuna risposta in merito e l’intervento non è stato pubblicato.

Ultimo aggiornamento Sabato 21 Marzo 2009 15:14